The Pitt 2: continua lo show originale HBO, ma cosa cambia dalla prima stagione?
Termina la seconda stagione di "The Pitt", lo show originale HBO max che riporta il pronto soccorso in tv, raccontandolo in tempo reale. Il livello è quello che conosciamo, l'attenzione è sempre alta, ma appaiono le prime piccole forzature.
Nell'articolo si parlerà di tutta la seconda stagione dello show, finale compreso!
È terminata di recente la trasmissione con episodi a cadenza settimanale di The Pitt su HBO Max, dopo aver traslocato in Italia dalla piattaforma satellitare SKY in occasione della seconda stagione; inoltre poche settimane fa è stata annunciata la terza per la gioia di tutti i fan. Questa seconda ha ripreso il format della prima stagione: 15 episodi, ognuno della durata di circa 50 minuti, che raccontano in tempo “quasi reale” un’ora di turno in pronto soccorso (un normale turno inizierebbe alle 7.00 per terminare alle 19.00).
La serie è stata ideata da R. Scott Gemmill ed ha come protagonista e produttore esecutivo il celebre Noah Wyle, fresco del pregio della stella nella Walk of Fame di Hollywood. In origine, Wyle avrebbe dovuto riprendere il ruolo dell’iconico Dr. John Carter di E.R. (In Italia, “E.R. – Medici in prima linea”), ma per un problema relativo ai diritti televisivi, HBO ha dovuto virare verso la creazione di una nuova storia, ambientata nel pronto soccorso del Trauma Medical Center di Pittsburgh. Dalla cui radice, il titolo “The Pitt”, che significa anche “Il pozzo”, soprannome dell’ospedale.
Dove eravamo rimasti
Abbiamo lasciato il Dr. Michael “Robby” Robinavich (Noah Wyle), coordinatore del pronto soccorso, al termine dell’estenuante turno del 5 settembre 2025, caratterizzato da una massiccia presenza di vittime di una sparatoria a rendere particolarmente sotto pressione lui e il suo staff. Lo ritroviamo il 4 luglio 2026, giorno dell’Indipendenza per gli Stati Uniti, in procinto di ritirarsi per 3 mesi di aspettativa e lasciare la guida del pronto soccorso alla dottoressa Baran Al-Hashimi.
Tornano il Dr. Langdon, che era stato allontanato dallo stesso Robby dopo aver scoperto la sua dipendenza da sostanze, e Dana, l’insostituibile Caposala. Il cast è sostanzialmente lo stesso, ma gli specializzandi McKay, King, Santos, Whitaker e Javadi, appaiono molto più padroni del loro ruolo e, anzi, li vediamo fare da tutor ai nuovi ragazzi specializzandi che debuttano in questa stagione.
Accurata scientificamente, tecnicamente ineccepibile
Una caratteristica di “The Pitt”, così nella prima come nella seconda stagione, è quella di abbracciare una grande accuratezza in tutto ciò che è medico. Le procedure, le terminologie e le dinamiche sono quelle di un pronto soccorso vero, come anche Noah Wyle ha tenuto a confermare in un’interessante intervista tenuta da Fabio Fazio a gennaio. È ciò che rende The Pitt imperdibile grazie al suo ritmo ed alla capacità di trattenere lo spettatore davanti allo schermo. L’azione non muore mai, perché così è nella realtà. Nessun medico, infermiere, assistente o specializzando, può perdere un secondo di concentrazione in un pronto soccorso come quello, così come non può farlo la telecamera che ci racconta le storie che si avvicendano.
The Pitt e E.R., tempi diversi
La regia è la dinamicità fatta televisione e non può che imparare dalla serie madre, in un certo, senso: la capostipite e già citata E.R. È opportuno citarla di nuovo anche per esprimere cosa invece rende completamente diversa The Pitt, e in un certo senso imparagonabile e non necessariamente migliore o peggiore. E.R. raccontava le vite dentro e fuori un pronto soccorso di Chicago ed ogni stagione copriva circa un anno di vita reale. Era possibile seguire i personaggi attraverso il loro lavoro in pronto soccorso, vederli imparare, sbagliare, evolvere e fare carriera, ma anche andare in crisi, andarsene e tornare oppure lasciare definitivamente il pronto soccorso. C’era tempo e respiro per raccontare e questo dava modo allo spettatore di affezionarsi ai personaggi e alle loro vite; di attendere l’episodio successivo per conoscere la scelta del personaggio e non necessariamente per vedere azione.
The Pitt, invece, questo respiro non lo ha. Una stagione sono 15 ore di una singola giornata, con tutti i più piccoli dettagli apprezzabili, ma anche i limiti che ne conseguono. Non si possono seguire tante storie approfondite, ma solo una sola lunga azione, intorno alla quale vengono accennate tante piccole situazioni personali che vanno avanti in sordina. Il limite più grande, dovendolo fare anche su più stagioni che sono separate temporalmente, è trovare la connessione con ciò che è stato raccontato in precedenza. Come continuare a raccontare le vicende di tanti medici ed infermieri se non li vediamo, nella storia, da 10 mesi?
Raccontare eventi in tempo reale è un limite?
Infatti, solo e solamente da questo punto di vista, la seconda stagione di The Pitt mostra già dei piccolissimi segnali di “forzatura”. Robby è in preda ad una crisi interiore che dura dalla prima stagione, ma cambia forma. Prima il ricordo e il lutto del suo mentore, morto in tempi di Covid, poi l’esigenza di fare una pausa ed andare tre mesi in aspettativa, ma al tempo stesso il bisogno di rimanere, e la paura di lasciare il pronto soccorso in mani meno esperte delle sue. Insomma, un’interiorità del protagonista che deve essere la stessa, ma in maniera giustificata da una storia che si interrompe per 10 mesi. Dana che decide di tornare proprio nel giorno in cui è ambientata la seconda stagione, dopo che al termine della prima aveva dato un quasi addio al pronto soccorso.
Il Dr. Langdon che dopo le disavventure vissute per la sua dipendenza, torna proprio, ancora, lo stesso giorno di cui stiamo parlando. Insomma, questa giornata che si sceglie di raccontare deve essere per forza in qualche modo interessante dopo la precedente, forzando sicuramente le dinamiche.
Al tempo stesso però esiste una narrazione in qualche modo più verticale (anche se è comunque orizzontale poiché dura tutti i 15 episodi), che è quella che passa attraverso i casi del pronto soccorso. In questa stagione abbiamo tante piccole storie che durano anche più di un episodio (quindi di un’ora). Vediamo più di un paziente morire e ne siamo emotivamente molto coinvolti; vediamo la gestione di un caso di stupro e tutte le procedure mediche che ne conseguono; diverse vittime di un crollo in un parco acquatico e pazienti più o meno collegati al persone del pronto soccorso.
Il tutto è colorato e reso complicato dal pericolo di un attacco hacker inflitto ad altri ospedali nelle vicinanze, che ha deviato molti pazienti al “Pitt”, che contestualmente decide di disattivare ogni sistema informatico e tornare alla versione analogica di un pronto soccorso. In più, l’intervento dell’ICE, al centro di polemiche negli Stati Uniti di cui c’è occasione di parlare in maniera tutt’altro che censurata e molti critici riferimenti al sistema sanitario statunitense, vincolato dalle scelte economiche della compagnie assicurative.
Verso la terza stagione
Il viaggio di Robby, quello che durerà tre mesi ed in seguito al quale sarà ambientata la terza stagione dello show, sarà in moto, ma molto più dentro sé stesso, nel turbine di emozioni contrastanti, dubbi e paura di cui è preda. Verso una stagione, la terza, che avrà bisogno di trovare una maniera di rinnovarsi, se deciderà di continuare la narrazione “ora per ora” o che magari potrà andare ad approfondire ciò che ancora conosciamo poco: il turno di notte, di cui però abbiamo già iniziato ad apprezzare buona parte del personale, soprattutto il responsabile. Il rischio, ancora lontano, di dover banalizzare la storia orizzontale è dietro l’angolo, ma la produzione HBO è solida e saprà sicuramente trovare le soluzioni ideali. Che sia, in un futuro non troppo lontano di questa serie, interessante tornare alla narrazione classica alla E.R.? Intanto, una seconda stagione che tutto sommato ha saputo tenere testa alla prima, mantenendo viva l’attenzione e l’interesse, dimostrandosi un prodotto ancora fresco, vivace e interessante, anche grazie alla grande accuratezza scientifica e alla magica interpretazione degli interpreti, che rimangono sempre convincenti.


