Mother Mary la recensione, un’ambiziosa riflessione sul prezzo della fama
Scopriamo insieme Mother Mary, l'ultima fatica del talentuoso regista statunitense David Lowery, questa volta distribuito dall'ormai acclamata A24. Ecco la nostra recensione
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Gli spettri hanno sempre abitato il cinema di David Lowery, talentuoso regista statunitense: lo facevano in A Ghost Story, naturalmente, ma già prima si insinuavano tra le pieghe di Ain’t Them Bodies Saints e Il drago invisibile; tornano nello splendido The Green Knight e persino in Peter Pan & Wendy, forse il suo film meno riuscito. Che siano presenze concrete o fantasmi dell’anima, ciò che davvero interessa a Lowery è il modo in cui continuino a vivere dentro chi resta.
In Mother Mary, ultima fatica firmata Lowery e A24, questo non fa eccezione, anzi, diventa il filo invisibile che tiene unite appunto Mother Mary, interpretata dalla meravigliosa Anne Hathaway e Sam Anselm, una sorprendente Michaela Coel, incapaci di liberarsi l’una dell’altra anche a distanza di anni dalla loro dolorosa separazione.
Il peso dell’assenza
Mary è una tormentata popstar di fama mondiale, in preda ai tormenti che spesso caratterizzano icone di tal successo. Sam, invece, era la sua migliore amica, la sua costumista, forse l’unica persona ad averla conosciuta davvero prima che il successo la trasformasse in un’icona. Le due non si parlano da anni, da quando Mary ha sacrificato quel rapporto in nome della celebrità. Ora, mentre la sua carriera sembra sul punto di sgretolarsi e un mastodontico concerto dovrebbe sancirne il ritorno sulle scene, Mary prende una decisione improvvisa: abbandona il proprio entourage senza dare alcuna spiegazione e si presenta, nel cuore di una tempesta, all’isolato atelier di Sam nella campagna inglese. È stanca, vulnerabile, priva della maschera che il mondo pretende da lei. Le chiede una sola cosa: un abito che rifletta chi è davvero, confezionato dall’unica persona che sia mai stata capace di vederla oltre il personaggio.
Pur essendo un film costruito attorno a una figura che richiama inevitabilmente icone pop quali Beyoncé, Madonna o Lady Gaga, Mother Mary rinuncia quasi del tutto allo sfarzo del backstage musicale. Lowery infatti sceglie invece la strada più intima: gran parte del racconto si svolge negli spazi raccolti e quasi teatrali dell’atelier di Sam, dove il confronto tra le due protagoniste assume i contorni di una lunga resa dei conti. I dialoghi sono ampi, solenni, spesso più vicini alla drammaturgia che al naturalismo cinematografico e richiedono interpreti capaci di sostenerne il peso. È soprattutto Michaela Coel a raccogliere questa sfida con una presenza e soprattutto un’interpretazione che definiremmo magnetica; ogni monologo restituisce anni di rabbia repressa, amore tradito, malinconia e risentimento, dando voce a un dolore che il tempo non ha mai davvero rimarginato. Anne Hathaway, al contrario, sembra quasi trattenersi, ma è una scelta perfettamente coerente con il personaggio: Mary è infatti una donna svuotata, un’icona che ha perso la scintilla che l’aveva resa tale. La tensione tra le due rimane costantemente sospesa nell’aria, oscillando tra il rancore e un affetto che nessuna delle due riesce davvero a cancellare, caratterizzando la pellicola per tutta la sua durata.
Il fantasma condiviso
A intervallare questo ricongiungimento ci sono i ricordi di un’identica ossessione, di una sorta di “fantasma condiviso” tipico della cinematografia del regista, che entrambe raccontano da prospettive diverse. È un espediente narrativo che suggerisce come, nonostante la distanza e il silenzio, nessuna delle due sia mai riuscita a emanciparsi dall’altra. Quello che era stato un legame capace di generare amore, creatività e complicità si è lentamente corroso fino a trasformarsi in un qualcosa di irriconoscibile. Una figura un tempo venerata finisce per diventare un falso idolo, come una musa che si trasforma in una ferita ormai impossibile da rimarginare.
Questa è probabilmente la scommessa più audace di Lowery. Mother Mary è un film volutamente sfuggente, a tratti persino ermetico. Sam parla spesso per enigmi, mentre Mary accetta il giudizio quasi senza difendersi, lasciando che il peso delle accuse ricada interamente sulle proprie spalle. E’ un’opera tutt’altro che banale e semplice, che cerca di accompagnare lo spettatore o di offrirgli risposte rassicuranti: pretende invece attenzione, disponibilità e una certa fiducia nel potere evocativo delle immagini e delle parole, anch’esso marchio di fabbrica del regista americano.
La popstar oltre l’immagine
Anche nella costruzione dell’icona pop, il film centra perfettamente il suo obiettivo. I costumi firmati da Bina Daigeler, con il contributo di Iris van Herpen per lo straordinario abito del finale, delineano un’estetica raffinata, capace di trasformare Mary in una star perfettamente plausibile. Lo stesso vale per le canzoni realizzate da Jack Antonoff, Charli XCX e FKA Twigs: riescono nell’intento di donare carattere musicale a Mother Mary, risultando fra l’altro centrali in alcuni dei momenti più importanti e potenti della pellicola.
Il regista è, a nostro avviso, risultato particolarmente brillante nella caratterizzazione e scelta dei temi principe della pellicola: Mother Mary, in fondo, non parla davvero dell’artista, bensì della sua assenza, di ciò che la sua fuga ha lasciato nella vita della persona che, con ogni probabilità, rappresentava il suo più grande amore. Lowery sceglie deliberatamente di mostrarci Mary nel momento della crisi, mentre il suo periodo di massimo splendore resta confinato ai racconti, ai ricordi e alle immagini che ogni tanto vengono mostrate a mo’ di meri flashback. È una decisione narrativa rischiosa, a tratti frustrante, perché lo spettatore finisce inevitabilmente per desiderare di vedere di più: più performance, più musica e più spettacolo.
Il coraggio della sottrazione
Eppure è proprio questa sottrazione a rendere il film così particolare. Lowery ha ampiamente dimostrato di non voler costruire con Mother Mary un classico biopic musicale, né a celebrare l’ascesa e la caduta di una popstar. Vuole invece mostrare ciò che resta quando le luci si spengono, quando il mito si incrina e l’immagine pubblica lascia spazio alla fragilità dell’essere umano, reso straordinariamente grazie alla performance della Hathaway. Anche la coreografia di Dani Vitale, utilizzata con misura ma sempre in modo significativo, contribuisce a raccontare questo conflitto tra corpo, performance e identità; chiaro qui è il riferimento alle scene di ballo di Suspiria di Guadagnino, caratterizzate da rigidi passi di danza che si ripetono con tutta la loro pesantezza, come se chi ballasse fosse posseduto da un’entità esterna. La fotografia gioca un ruolo chiave, così come l’uso dei colori: il drappo rosso che caratterizza il fantasma squarcia lo schermo a livello visivo e allo stesso tempo seziona i momenti del film caratterizzato da ombre e colori profondi.
Nel panorama cinematografico attuale, Mother Mary rappresenta un’opera profondamente personale e risulterebbe difficile non ammirare il coraggio con cui il binomio Lowery/A24, da anni oramai publisher portavoce di opere del genere, porta avanti la propria visione, rinunciando alle scorciatoie tipiche del racconto convenzionale per inseguire qualcosa di più raro e sicuramente più ostico: un film che vuole evocare e suscitare emozioni, anziché mostrare, lasciando che siano i suoi fantasmi a parlare dopo i titoli di coda.
Mother Mary
David Lowery con Mother Mary costruisce un’opera profondamente ambiziosa, sospesa tra dramma psicologico e racconto intimista, che decostruisce l’immaginario della popstar per concentrarsi su ciò che resta oltre il mito. Pur con qualche momento di ermeticità e una struttura volutamente sottrattiva che potrebbe disorientare lo spettatore, il film conserva una forte coerenza tematica e una notevole capacità di evocazione. Al centro, il duetto tra Anne Hathaway e Michaela Coel regge interamente il peso emotivo della narrazione, restituendo un confronto fatto di ferite mai rimarginate. Imperfetto ma coerente nella sua visione, Mother Mary conferma Lowery come autore interessato più all’assenza che alla presenza.
7.5 / 5
Pro
- Eccezionale uso dei colori e della fotografia
- Ottime performance attoriali
- Gran lavoro di regia e sceneggiatura
Contro
- A tratti troppo ermetico
- Un po' lento nella parte centrale


