The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline, la recensione: un’avventura con molto potenziale
Il gioco italiano di ONE-O-ONE Games rilegge l'immaginario dantesco in chiave horror con un'ottima direzione artistica, ma una narrazione troncata a metà.
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Prendere la Divina Commedia e trasformarla in un horror narrativo non è certamente un’operazione semplice, ancora meno quando l’obiettivo non è raccontare nuovamente il viaggio di Dante attraverso i gironi dell’Inferno, ma costruire una storia originale attorno all’eredità della famiglia Alighieri. È proprio da questa idea che nasce The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline, produzione italiana sviluppata da ONE-O-ONE Games, un’avventura che prova a rileggere l’immaginario dantesco attraverso una storia familiare fatta di rituali, sacrifici e segreti.
Il risultato è un titolo che riesce spesso a incuriosire e, soprattutto, a colpire dal punto di vista artistico. Allo stesso tempo, però, è difficile non uscire dall’esperienza con la sensazione che ci sia qualcosa di incompiuto. Non tanto perché le circa tre ore necessarie per arrivare ai titoli di coda siano poche in assoluto, quanto perché il gioco sembra continuamente prepararci a qualcosa che, proprio quando dovrebbe esplodere, finisce.
L’eredità degli Alighieri: tra mito e incubo
La storia ci mette nei panni di Gabriele Alighieri, un discendente di Dante che si trova a dover affrontare un’eredità familiare tutt’altro che semplice. La leggenda raccontata dal gioco vuole che la Divina Commedia non sia semplicemente il frutto dell’immaginazione del poeta: l’Inferno esiste davvero, o meglio, esiste un Abisso, una dimensione che Dante avrebbe cercato di trasformare in parole attraverso la propria opera.
Ogni 33 anni il confine tra il nostro mondo e questo luogo viene meno e qualcuno della famiglia Alighieri deve tornare nella villa ancestrale per compiere un rituale e mantenere chiuso il passaggio. Questa volta tocca a Gabriele. È una premessa che funziona, anzi, è probabilmente uno degli elementi migliori dell’intera produzione.
Gli sviluppatori non si limitano a prendere i personaggi della Commedia e inserirli in un videogioco, ma provano a costruire una mitologia propria, utilizzando Dante come punto di partenza. L’Abisso non è semplicemente una riproduzione dell’Inferno che conosciamo dai libri, ma una sua reinterpretazione filtrata attraverso la mente, i ricordi e le paure del protagonista. È una scelta che permette al gioco di avere una propria identità. Anche la ricerca delle pagine perdute della Divina Commedia e i documenti disseminati nella villa contribuiscono a ricostruire la storia della famiglia e il peso del rituale. Il problema è che questa storia avrebbe avuto bisogno di molto più spazio.
Una narrazione promettente ma interrotta
La vicenda di Gabriele diventa più interessante quando il gioco si concentra sul rapporto con la sua famiglia e con la moglie Delilah. Le telefonate e le sequenze illustrate sono tra i momenti narrativamente più riusciti, perché riescono a dare maggiore umanità a un protagonista che per gran parte dell’avventura rimane piuttosto distante. Proprio mentre questi elementi iniziano a trovare un equilibrio, però, emerge il limite principale di The Alighieri Circle. Il gioco introduce il rituale, i sacrifici, gli antenati e l’origine della maledizione senza arrivare davvero a chiarirne il significato. Anche l’Abisso, così come gli accenni al passato di Gabriele, sembra preparare sviluppi che non hanno il tempo di maturare.
Il problema non è soltanto che molte domande restino senza risposta, ma che la storia si interrompe nel momento in cui tutti questi elementi potrebbero finalmente intrecciarsi e dare un senso più ampio a ciò che abbiamo visto. Il finale lascia intendere la possibilità di un seguito, ma non trasmette la sensazione di trovarsi davanti all’inizio di una nuova fase: sembra piuttosto il punto in cui un racconto già avviato viene fermato prima di poter arrivare al suo nucleo. Un finale aperto può funzionare quando ciò che resta irrisolto amplia il significato della storia. Qui, invece, l’assenza di un ultimo passaggio pesa perché rituale, maledizione e vicende familiari non ricevono una conclusione abbastanza solida da giustificare il percorso compiuto. Rimane così l’impressione che manchi una parte essenziale, non tanto per spiegare ogni dettaglio, quanto per dare un vero peso a quello che il gioco ha costruito.
Ambientazioni: il contrasto tra la Villa e l’Abisso
L’avventura si sviluppa principalmente tra la villa degli Alighieri e l’Abisso, due ambientazioni che rappresentano le due anime del gioco. Nella villa, tra documenti ed enigmi, Gabriele ricostruisce il passato della famiglia e il rituale che ogni 33 anni deve essere compiuto; l’Abisso, invece, è la parte più spettacolare, con una suggestiva reinterpretazione dell’immaginario dantesco sospesa tra sogno, incubo e memoria.
È proprio qui che emerge la forza artistica del gioco, ma anche uno dei suoi limiti: ambientazioni così curate avrebbero meritato maggiore libertà. I percorsi sono infatti molto guidati e lasciano poco spazio alla scoperta, una scelta che aiuta a mantenere il ritmo narrativo ma rende l’esplorazione prevedibile. Anche l’assenza della corsa sembra legata a questa impostazione: con spazi contenuti e percorsi obbligati, il movimento lento diventa parte dell’atmosfera, anche se può risultare frustrante.
Nell’Abisso, inoltre, l’assenza di combattimenti, nemici e mostri lascia l’horror quasi interamente all’atmosfera e a pochi jumpscare, piuttosto prevedibili. È un luogo bello da vedere, ma raramente davvero inquietante: più affascinante che spaventoso.
Gameplay: enigmi e progressione fin troppo lineari
Il gameplay è ridotto ai minimi termini, ma in un’avventura narrativa non è necessariamente un difetto. Il problema è che anche le poche attività che possiamo svolgere sono estremamente guidate. Gli enigmi presenti nella villa e nell’Abisso sono generalmente semplici e raramente richiedono una vera fase di ragionamento. Spesso abbiamo già tutte le informazioni necessarie davanti agli occhi e dobbiamo semplicemente capire in quale ordine utilizzarle. Questo rende l’esperienza accessibile, ma anche poco gratificante.
Un enigma semplice può funzionare perfettamente se è inserito bene nella narrazione. Qui, invece, alcuni sembrano più che altro strumenti per interrompere la sequenza di esplorazione e permetterci di arrivare alla cutscene successiva. La sensazione è quella di essere accompagnati lungo un percorso già deciso. E questo discorso vale anche per l’esplorazione.
Comparto tecnico e direzione artistica
Se c’è un aspetto in cui The Alighieri Circle riesce a convincere quasi senza riserve, è sicuramente quello artistico. La villa e soprattutto l’Abisso sono ambienti curati e suggestivi, capaci di costruire un’atmosfera coerente con il tono della storia. Anche la resa grafica, grazie all’Unreal Engine 5, contribuisce a valorizzare luci, materiali e scenari, regalando alcuni scorci davvero riusciti.
A colpire maggiormente, però, sono le sequenze illustrate con cui vengono raccontati alcuni passaggi della storia. Le immagini richiamano chiaramente l’iconografia delle pitture e delle illustrazioni dantesche e riescono a dare alla narrazione una personalità particolare, diventando forse il punto in cui il gioco riesce meglio a unire Dante, horror e videogioco moderno.
Anche il doppiaggio italiano è di buona qualità e accompagna bene la componente narrativa. Sul piano tecnico, invece, la versione PS5 mostra qualche piccola incertezza, con alcuni episodi di lag durante l’esperienza, senza però compromettere realmente la fruizione.
Un potenziale inespresso: i limiti del genere
The Alighieri Circle non vuole essere un gioco d’azione, e questo è evidente fin dai primi minuti. Non ci sono combattimenti, abilità da sviluppare o sistemi di progressione: tutto ruota attorno all’esplorazione, agli enigmi e soprattutto alla storia. Una scelta che, sulla carta, funziona e che ben si sposa con la natura di thriller psicologico del gioco.
Il problema è che, rinunciando a una componente ludica più strutturata, tutto il peso dell’esperienza ricade inevitabilmente sulla narrazione e sulla capacità di costruire un mondo interessante. Ed è proprio qui che si avverte maggiormente il potenziale non sfruttato. Le circa tre ore necessarie per arrivare ai titoli di coda scorrono rapidamente e, più che lasciare la sensazione di aver vissuto un’avventura breve ma completa, danno l’impressione di aver appena iniziato a scoprire qualcosa di molto più grande.
La famiglia Alighieri, l’Abisso, il rituale e lo stesso Gabriele sembrano infatti contenere storie e possibilità che il gioco non ha il tempo di sviluppare. Ogni elemento sembra preparare il terreno per qualcosa di più ambizioso, ma l’avventura termina proprio quando si comincia a intravedere ciò che avrebbe potuto diventare. Ed è probabilmente questo il suo limite più grande: non tanto la durata in sé, quanto la sensazione di un potenziale rimasto in gran parte inesplorato.
Un’occasione mancata, ma non un fallimento
Arrivare alla fine di The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline lascia una sensazione piuttosto particolare. È difficile bocciarlo, perché alla base c’è un’idea interessante, una direzione artistica curata e una reinterpretazione dell’immaginario dantesco che riesce a distinguersi. Soprattutto, si percepisce chiaramente l’identità di una produzione italiana che prova a costruire qualcosa di personale partendo da un patrimonio culturale enorme.
Il problema è che, andando avanti, diventa sempre più evidente quanto il potenziale dell’opera sia superiore a ciò che riesce effettivamente a offrire. Gli enigmi e l’esplorazione sono molto guidati, il gameplay rimane essenziale e l’Abisso, per quanto affascinante, avrebbe meritato più incontri e situazioni capaci di sfruttarne davvero le possibilità. Anche sul fronte horror, i pochi jumpscare fanno poco per aumentare la tensione.
Più di ogni altra cosa, però, pesa la sensazione di trovarsi davanti a un’esperienza che avrebbe potuto svilupparsi molto di più. The Alighieri Circle sembra costruire per tutta la sua durata qualcosa di più grande di quello che poi riesce a raccontare, lasciando intravedere un universo interessante proprio quando arrivano i titoli di coda.
Ed è questo il vero rammarico: non tanto che il gioco duri circa tre ore, quanto che finisca proprio quando viene voglia di scoprire fino a dove avrebbero potuto spingersi Gabriele, la famiglia Alighieri e l’Abisso. Un buon punto di partenza, ma anche un’occasione che avrebbe meritato di essere sfruttata fino in fondo.
The Alighieri Circle: Dante's Bloodline
The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline è un’avventura narrativa affascinante nelle intenzioni e particolarmente riuscito sul piano artistico, capace di reinterpretare l’immaginario dantesco senza limitarsi a copiarlo. La storia incuriosisce e l’ambientazione ha personalità, ma l’esperienza è troppo guidata e il gameplay fin troppo essenziale. Dopo circa tre ore, il problema non è tanto aver già visto tutto, quanto avere la sensazione che il meglio dovesse ancora arrivare.
7 / 5
Pro
- Ottima direzione artistica
- Interessante reinterpretazione della Divina Commedia
- Buon doppiaggio italiano
Contro
- Enigmi troppo semplici e guidati
- Pochissime situazioni realmente inquietanti
- Un potenziale enorme sfruttato solo in parte





