Primetime la recensione, la spettacolarizzazione del disgusto
Ecco la nostra recensione di Primetime, opera prima del giovane regista esordiente Oppenheim, con un accattivante Robert Pattinson come protagonista della pellicola.
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Ci sono film che prendono una storia vera e si limitano a metterla in fila, e film che la usano per parlare d’altro. Primetime, opera prima di finzione di Lance Oppenheim, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Dopo il passaggio in concorso a Venezia 83 e un esordio americano da record per Robert Pattinson e A24, il film è arrivato nelle nostre sale con aspettative piuttosto alte. Quando un progetto viene accolto con tanto entusiasmo, il rischio che l’attesa superi il risultato è sempre dietro l’angolo. La domanda, quindi, è inevitabile: Primetime riesce a reggerne il peso?
Informare o intrattenere?
Siamo nel 2006 e To Catch a Predator è ormai un fenomeno nazionale. Il programma, trasmesso dalla NBC, attirava presunti adescatori di minori in finti appuntamenti per poi metterli davanti alle telecamere, con a condurre il tutto Chris Hansen. A interpretarlo è proprio Robert Pattinson, che di questo progetto figura anche come produttore. La chiave, nonché leitmotiv del film, è quello di usare tale vicenda per chiedersi che cosa accade quando la caccia al colpevole diventa un appuntamento fisso della prima serata e dove finisca l’informazione per lasciare spazio alla gogna da guardare comodamente da casa. È un terreno scivoloso, in cui è facile cadere nella predica o nello sfruttamento, e che Primetime percorre invece con una lucidità piuttosto sorprendente. Ogni personaggio, dal conduttore a chi lavora dietro le quinte, sembra convinto di stare dalla parte giusta e proprio questa certezza è ciò che rende il tutto tanto inquietante.
Un Pattinson istrionico e disturbante
Sicuramente tra gli aspetti più riusciti c’è la prova del protagonista. Pattinson è molto abile nel costruire un personaggio disturbante e a tratti magnetico, a metà tra il professionista affabile e qualcosa di profondamente inquietante. La sua è una performance costellata da tic e sorrisi beffardi e quel carisma sfuggente che ci obbliga a restare incollati a lui, anche quando vorremmo distogliere lo sguardo. Non c’è mai la sensazione di una recitazione sopra le righe fine a se stessa: ogni eccesso sembra funzionale a mostrarci un uomo che ha capito perfettamente come funziona la telecamera e come usarla. È l’ennesima conferma di un attore che rifiuta la strada più comoda e che qui trova uno dei ruoli più interessanti della sua carriera.
Intorno a lui, il cast lavora in modo convincente. Merritt Wever, nei panni della produttrice del programma, l’eccellente esca e co-protagonista Skyler Gisondo e la cantante Phoebe Bridgers contribuiscono a restituire un ambiente credibile, in cui ogni figura ha il suo posto in un ingranaggio più grande di tutti loro. Nessuno cerca di rubare la scena al protagonista, ma tutti riescono a ritagliarsi uno spazio e questo dà al film una coralità che evita l’effetto “one man show” che un progetto così centrato su una star avrebbe potuto produrre.
Un taglio registico dalle due facce
Oppenheim arriva dal documentario e si vede: la sua è una regia accattivante, che sa catturare l’occhio e tenere alta l’attenzione, con una messa in scena precisa, scelte di montaggio incisive e una cura per l’immagine che rende il racconto sempre vivo. Ci ha convinto soprattutto il modo in cui il film ci costringe nella scomoda posizione di chi guardava davvero quel programma: ci mostra il meccanismo, ci rende complici e poi ci lascia con il dubbio di quanto siamo diversi da chi restava incollato allo schermo, spesso a schernire e giudicare i colpevoli piuttosto che riflettere su cosa realmente stiamo vivendo. Per un regista al suo primo lungometraggio narrativo è una prova di personalità non da poco.
Va detto, però, che non tutto è funzionale allo stesso modo. In alcuni frangenti la voglia di stupire prende un po’ troppo la mano, e certe scelte registiche ci sono sembrate più pretenziose che necessarie, come se il film volesse mostrare quanto è intelligente invece di lasciarlo intuire. Non sono momenti che rovinano l’esperienza, ma dimostrano che a volte si poteva osare meno; Primetime a volte dimentica l’essenzialità in favore di un barocco e di una cripticità non strettamente necessaria.
Sceneggiatura e ritmo ben bilanciati
Senza dubbio alcuno, un gran punto di forza della pellicola è la sceneggiatura, che non annoia mai e sa sapientemente dosare tensione, ironia e riflessione. Evita il didascalico, non sceglie mai la strada più facile, nemmeno quando sarebbe stato comodo dare una risposta netta su un tema delicato; è una scelta coraggiosa che contribuisce a donargli quel fascino magnetico. Le scene si susseguono in modo naturale. Anche la durata, 110 minuti, è perfettamente calibrata: abbastanza per sviluppare i temi e i personaggi, troppo poco per permettere al film di diventare ripetitivo. Il finale, anch’esso di grande impatto, arriva nel momento giusto, quando il disagio è ancora vivo e ha il tempo di lavorarci dentro anche dopo i titoli di coda.
Primetime
Primetime è un film che mette a disagio nel modo giusto. Non cerca di essere rassicurante, né di fornire risposte facili su un fenomeno che ha trasformato il male e la sua punizione in intrattenimento. Se proprio vogliamo cercare un “contro”, oltre a qualche guizzo registico di troppo, potrebbe non essere il prodotto adatto a chi cerca un thriller classico, fatto di colpi di scena e catarsi, ma è anche vero che il suo punto di forza sta proprio nel non esserlo. Tra la prova di Pattinson, una regia che affascina e osa, e una sceneggiatura che non sbaglia quasi mai, è una pellicola che, a nostro avviso, merita di essere vista in sala e che continua a far discutere ben oltre l’uscita dal cinema.
7.5 / 5
Pro
- Un grande cast, con un Robert Pattinson sontuoso
- Sceneggiatura e ritmo notevoli
- Regia accattivante...
Contro
- ...ma a volte un filo prenteziosa
- Un filo criptico in qualche suo aspetto


