The Sinking City 2 la recensione, ritorno nell’orrore sommerso

Ecco la nostra recensione di The Sinking City 2. Sarà giunto il momento definitivo della "maturità moderna" per Frogwares? Scopriamolo all'interno del nostro articolo.

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Frogwares torna su Arkham dopo una battaglia legale durata anni contro Nacon per i diritti sul primo capitolo, risoltasi soltanto a fine 2023 con il ritorno del controllo editoriale nelle mani dello studio ucraino. Riconquistata l’autonomia, la scelta creativa dello studio non è stata quella di consolidare la formula originale, ma di ribaltarla quasi del tutto: via l’open world investigativo che aveva reso riconoscibile il primo The Sinking City, dentro una struttura da survival horror compatto, con ritmo serrato, risorse contate e un’impostazione molto più vicina alla scuola di Resident Evil che a quella dell’avventura a mondo aperto.

È una decisione che si può leggere quasi come un atto di riappropriazione, un modo per dire che questa Arkham è finalmente soltanto loro, ma è anche una scommessa rischiosa in un mercato che negli ultimi anni ha premiato proprio i giochi capaci di offrire esperienze più contenute, senza il gigantismo esasperato di tante produzioni open world.

Calvin, Faye e la maschera che parla ai morti

Siamo nel 1929, e Arkham non è più la cittadina portuale che il fiume Miskatonic lambisce da sempre: è sommersa da un’acqua innaturale, un brodo primordiale nel quale prosperano gli Slither, vermi capaci di infettare e rianimare i cadaveri diffondendo morte lungo ogni vicolo allagato. L’evacuazione è avvenuta tra panico e disordine, e oggi la città è un guscio vuoto, popolato quasi soltanto da mostri e da pochissimi superstiti.

È in questo scenario che si muovono Calvin Rafferty, investigatore dell’occulto cresciuto senza privilegi e con una vocazione quasi ossessiva per gli oggetti maledetti, e Faye Bennett, ereditiera dell’alta società che ha scelto i tomi proibiti al posto del salotto buono. I due sono colleghi, complici e amanti, e il gioco si apre proprio raccontando questa intesa: dialoghi taglienti, un’aria plumbea da noir e un’atmosfera che ricorda più un’avventura da cinema pulp che un survival horror puro.

La svolta arriva presto: quella che doveva essere una cena intima si trasforma in un incubo dai risvolti soprannaturali, Calvin perde Faye in uno scontro con creature umanoidi e scopre che la sua compagna è finita intrappolata in un coma dai contorni onirici, vittima di un rituale di cui lui stesso non conserva memoria. Da qui parte l’intera missione del gioco: recuperare l’anima di Faye grazie alla maschera Night Shade, artefatto che diventa il fulcro tanto della narrazione quanto della progressione.

Sul piano ludico, The Sinking City 2 adotta senza troppi giri di parole l’ossatura classica del survival horror moderno: visuale in terza persona con personaggio visto di spalle, un massimo di quattro armi equipaggiabili tramite il tastierino direzionale, crafting essenziale per cure e munizioni, esplorazione di aree circoscritte con un’attenzione costante al consumo delle risorse. Tra una zona e l’altra torna la barca già vista nel primo capitolo, usata come collante tra le diverse porzioni della mappa, utile a scandire il ritmo dell’avventura anche quando le aree esplorabili restano piuttosto contenute.

A fare da rifugio tra un’incursione e l’altra ci sono le camere di salvataggio, che non sono luoghi fisici ma vere e proprie proiezioni oniriche della casa di Calvin: qui si può salvare manualmente, riorganizzare l’inventario e potenziare il protagonista attraverso la maschera Night Shade, in un sistema di progressione legato a doppio filo agli indizi raccolti durante l’indagine.

Lo zaino, il vero antagonista del gioco

Se c’è un elemento che rischia di far perdere le staffe anche al giocatore più paziente, è proprio la gestione dell’inventario. Gli slot disponibili sono pochi fin dalle prime ore, alcune armi pesanti ne occupano due o addirittura di più, e il numero di oggetti da raccogliere lungo la campagna non lascia praticamente mai margine per respirare. Il risultato è un continuo andirivieni tra le stanze già visitate e le nuove aree, con la necessità di abbandonare oggetti sperando di poterli recuperare in un secondo momento. La mappa aiuta, segnalando con un codice colore quali ambienti nascondono ancora qualcosa da scoprire, ma non basta a cancellare la sensazione, piuttosto rara nei survival horror recenti, di lottare più contro la propria borsa che contro i mostri che infestano Arkham.

L’Investigation Space è uno degli elementi che è “sopravvissuto” dal primo capitolo, ovvero la bacheca virtuale sulla quale raccogliere documenti e indizi, qui però ridimensionata a strumento più marginale rispetto al passato. Collegare correttamente le prove permette comunque di ottenere punti talento da investire su Calvin, ma i costi elevati per sbloccare nuovi slot sulla maschera, fino a un massimo di tre, e per acquisire i vari talenti, fanno sì che buona parte del sistema di potenziamento resti di fatto inaccessibile nella prima run, rimandato quasi per intero alla New Game+.

Gli enigmi veri e propri, invece, funzionano decisamente meglio: sono ben calibrati, offrono un buon equilibrio tra complessità e leggibilità, alcuni richiedono attenzione senza mai sconfinare nella frustrazione, altri sono del tutto opzionali e premiano chi si prende il tempo di scandagliare ogni angolo delle ambientazioni.

Il level design interno agli edifici, chiese diroccate e negozi sommersi regge piuttosto bene, con scorciatoie pensate per ricollegare velocemente le aree principali e le stanze di salvataggio. Il discorso cambia sensibilmente durante i tragitti in barca: relitti, carcasse di animali e macerie ammassate ai bordi della mappa trasformano quella che dovrebbe essere un’esplorazione libera in un percorso quasi completamente obbligato, spezzando l’illusione di un’Arkham davvero aperta.

Vermi, mostri e la questione grafica

Il bestiario alterna diverse tipologie di minaccia: i nemici più comuni sono corpi rianimati e invasi dagli Slither, capaci di inseguire il giocatore con una pressione costante. Non mancano piccole aberrazioni bipedi con la fastidiosa abitudine di saltare addosso al giocatore, e altri nemici che preferiscono tenere le distanze colpendo con spruzzi corrosivi. Calvin risponde bene ai comandi, senza la letalità di un veterano del genere ma con una schivata efficace che lo rende un bersaglio tutt’altro che facile da colpire.

Il combattimento permette letture tattiche interessanti: si possono attirare i nemici verso trappole ambientali, far esplodere oggetti infiammabili per eliminarne diversi in un colpo solo, oppure sfruttare gli elementi dello scenario come copertura. Le escrescenze generate dall’infezione sui corpi dei nemici umani rappresentano i punti deboli da colpire, e la mossa finale a terra, debitrice più che dichiarata di Dead Space, unisce spettacolarità e utilità pratica. Il problema, semmai, riguarda la leggibilità generale degli scontri: non sempre è chiaro quando convenga effettivamente combattere e quando invece sia meglio fuggire, e capita più spesso del dovuto di investire cure e munizioni preziose in scontri che si sarebbero potuti evitare.

Su PlayStation 5, la modalità performance mantiene i 60 fotogrammi al secondo per quasi l’intera campagna, con qualche incertezza isolata su particellari ed effetti di luce che non arriva mai a compromettere davvero l’esperienza. La palette cromatica, giocata soprattutto su blu e marroni, e la cura riposta nelle texture costantemente inzuppate d’acqua restituiscono un’atmosfera lovecraftiana solida e coerente, con edifici distrutti che si stagliano all’orizzonte come denti cariati. Il comparto sonoro fa la sua parte con scricchiolii, sussurri sommessi e un doppiaggio inglese discreto, mentre la presenza di una localizzazione italiana completa è un valore aggiunto non scontato per un titolo di questo segmento.

A prolungare la vita del gioco oltre le circa diciotto ore necessarie per completare la campagna principale ci pensa la sezione Extra, che permette di sbloccare nuove armi, poteri e costumi portando a termine obiettivi interni, insieme alla già citata New Game+, che finalmente lascia spazio a quel sistema di potenziamento rimasto in gran parte inespresso durante la prima run.

The Sinking City 2

The Sinking City 2 si allontana da quello che era un tempo, e si trasforma in un survival horror che rispetta i canoni del genere. È un titolo onesto, scritto con cura e visivamente convincente, che paga il conto soprattutto sulla gestione delle risorse e su una progressione del protagonista poco incisiva nella prima run. Frogwares ha avuto il coraggio di cambiare pelle a una serie appena riconquistata, rinunciando alla formula che l’aveva resa riconoscibile per abbracciarne una più rischiosa dal punto di vista commerciale ma, alla prova dei fatti, più solida nella messa in scena. Il risultato è un’esperienza che funziona per accumulo di buone idee più che per un singolo elemento davvero eccezionale, ma che merita comunque l’attenzione di chi cerca un horror lineare, ben confezionato e con un’atmosfera capace di restare addosso anche dopo i titoli di coda.

7.8 / 5

Pro
  • Atmosfera lovecraftiana curata e coerente
  • Enigmi intelligenti, mai frustranti
  • Post-game e New Game+ danno peso alla rigiocabilità
Contro
  • Inventario troppo ristretto, backtracking continuo
  • Non sempre chiaro quando combattere o fuggire
  • Progressione di Calvin poco incisiva nella prima run
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