Odissea la recensione, un’interessante prospettiva moderna del mito
Odissea è il nuovo film di Christopher Nolan che punta a rileggere il poema omerico attraverso la sua poetica e il suo modo di fare epica. Ecco la nostra recensione!
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Per chi ama il cinema di Christopher Nolan potrebbe venire molto facile associare la sua cifra stilistica agli stilemi dell’epica. In effetti, la maggior parte dei suoi film possiede un tono epico, anche laddove si tratta di esplorare gli abissi psicologici dell’essere umano o un particolare evento storico, tutto è permeato da una dimensione epica, da un racconto che si sviluppa in epopea, da un’impalcatura magnifica e magnificente. Chiamato questa volta a dirigere un film di genere epico la difficoltà poteva essere proprio quella di rendere giustizia a qualcosa che non deve essere reso grandioso dall’intervento (divino) del regista, ma solo raccontato in modo giusto.
Tuttavia Odissea di Christopher Nolan si impone immediatamente come un’opera di esplorazione profonda, un fascio di luce puntato negli abissi di un mito fondativo per scandagliarne l’essenza. Portare al cinema l’epopea di Odisseo significa confrontarsi con l’archetipo stesso del viaggio, ma il regista britannico sceglie di piegare il materiale originale alla sua peculiare poetica visiva e strutturale, restituendoci un’opera imponente, seppur non priva di sbavature concettuali.
Un’estetica immersiva: Il trionfo del comparto audiovisivo
Come da consuetudine nolaniana, il primo impatto con la pellicola è di natura puramente sensoriale. L’architettura visiva e sonora di Odissea è eccezionale, pensata e costruita tassativamente per la fruizione in sala. L’uso della pellicola e dei formati espansi restituisce una vastità oceanica che schiaccia e al contempo esalta la figura umana. Il sound design, organico e martellante, trasforma il mare e le creature mitologiche in presenze tangibili e opprimenti. È un’esperienza cinematografica totalizzante, in cui la forma diventa sostanza e la sala cinematografica si conferma l’unico contenitore adeguato per accogliere una messa in scena di tale portata. La magnificenza audiovisiva permette di realizzare sequenze che si avvicinano a volte all’horror puro, straniante e invadente con un impatto che raramente si trova nelle opere che dell’orrore fanno il loro portamento fondante.
Lo sguardo moderno: soluzioni narrative e prospettiva umana
Il pregio maggiore della sceneggiatura risiede nella prospettiva adottata per raccontare il nostos. Nolan applica al mito tre soluzioni narrative specifiche che ne modernizzano la fruizione senza tradirne l’anima.
La frammentazione temporale del ricordo
Il viaggio non è narrato in modo lineare, ma vissuto attraverso le memorie di un Odisseo già provato, dove il tempo fisico del viaggio si sovrappone al tempo psicologico del trauma. Questo espediente avvicina l’opera al film storico Dunkirk e lo fa sia riprendendo la destrutturazione temporale del racconto, sia puntando i riflettori sulla percezione umana della divinità più che sulla loro immanenza e presenza nello sviluppo delle vicende. Attraverso un’impostazione storiografica si ha la sensazione che la dimensione divina sia labile, rarefatta e legata a una concezione provvidenziale più moderna. Questo di per sé non è un errore proprio perché la prospettiva adottata è antropocentrica.

Il focus sull’alienazione del reduce
I mostri (da Polifemo a Scilla) vengono filtrati attraverso uno sguardo profondamente umano, quasi razionalizzati come proiezioni della discesa nella follia di un capitano che vede morire i propri compagni. L’effetto di giustapposizione di eventi viene parzialmente schivato proprio grazie al montaggio asincrono e al significato che questi incontri hanno nel definire la psicologia di Ulisse e il suo rapporto tanto con i compagni quanto con l’ineluttabilità del volere divino.
Il peso della scelta
L’eroe infallibile lascia, quindi, il posto a un uomo lacerato dal dubbio e dal peso morale delle proprie azioni, rendendo l’intera epopea un disvelamento psicologico prima ancora che un’avventura fisica. La scelta di non focalizzarsi troppo, rispetto all’opera omerica, sul mostrare le cerimonie e le ritualità della “Legge di Zeus” fanno assurgere quest’ultima a tematica portante e cartina tornasole morale di tutte le scelte compiute durante il suo viaggio, a partire dal celeberrimo cavallo di Troia. In questo senso, il ribaltamento e riappropriazione dell’epiteto di Odisseo è brillante, umana e certamente moderna.
Le ombre della scrittura
Tuttavia, il rigore autoriale vacilla di fronte a determinate scelte di sceneggiatura e di casting che rischiano di distrarre dall’immersione complessiva. Inserendosi in un filone di rilettura contemporanea, la scelta dell’etnia di Elena appare come una deviazione straniante rispetto all’iconografia classica, una forzatura che sembra rispondere più a logiche produttive odierne che a una reale necessità narrativa o estetica del racconto.

Ancor più problematica risulta la stesura iniziale dell’arco narrativo di Telemaco. In un’opera dal tono così maturo e gravoso, la scrittura del figlio di Odisseo nei primi due atti risulta insolitamente infantile, quasi appiattita su dinamiche da coming of age fin troppo basilari che stridono con la complessità del resto dei personaggi. Il primo atto serve a inserire alcuni dei simboli e degli oggetti, ancoraggi che ritorneranno alla fine, ma l’effetto iniziale è troppo classico e abusato, come se ci si volesse sbrigare a impostare le cose per lo sviluppo che verrà.
L’approdo: la catarsi del terzo atto
È nel terzo atto che la pellicola trova il suo compimento assoluto, riscattando le incertezze precedenti ed esaltando la prova recitativa di tutti gli attori, a partire dal sottovalutato Tom Holland. Il ritorno a Itaca e la strage dei proci abbandonano i virtuosismi intellettuali per abbracciare una brutalità fisica e una tensione emotiva viscerali. Il momento della rivelazione e lo scoccare della freccia attraverso le scuri rappresentano non solo il climax dell’azione, ma il culmine di un percorso di riappropriazione della propria identità. È qui che l’opera si fa spietata, struggente e profondamente efficace, chiudendo il cerchio di un’Odissea che, pur con le sue imperfezioni, si conferma un tassello di alto livello nella critica e nell’estetica del cinema contemporaneo.
Odissea
Nolan si appropria del mito fondativo del viaggio e lo plasma attraverso la sua rigorosa lente autoriale. Pur vacillando in alcune incertezze di sceneggiatura nei primi atti e in alcune scelte discutibili, la pellicola riesce a destrutturare l’archetipo dell’eroe classico e a imporre una prospettiva umana e moderna, restituendoci un nostos spietato e maestoso che deflagra in un finale di assoluto rigore cinematografico. Anche grazie a un cast eccezionale, Odissea si rivela un’esperienza audiovisiva ed emotiva totalizzante.
8 / 5
Pro
- Comparto audiovisivo maestoso. Esperienza da vivere al cinema
- Prospettiva umana e moderna interessante
- Terzo atto pieno ed emotivo
Contro
- Alcune scelte discutibili
- Primo atto un po' acerbo e poco brillante