Yerba Buena, la recensione del surreale puzzle platformer tra glitch e anni ’70

Una città che sembra tutt'altro che sana, una protagonista improbabile, e un marchingegno capace di alterare tutto. Ecco la nostra recensione di Yerba Buena!

Ci sono giochi che partono da un’idea semplice, quasi da pitch immediato, e poi costruiscono attorno a quella intuizione un’identità precisa. Yerba Buena è un puzzle-platformer in prima persona, surreale e cinematografico, ambientato in una San Francisco anni ’70 che sembra uscita da un film poliziesco d’epoca, ma filtrata attraverso la logica deformata di un videogioco abbandonato. Il risultato è un’opera strana, colorata, a tratti brillante, che non cerca di conquistare il giocatore con l’azione o con la libertà assoluta, ma con un’idea centrale molto forte: cosa succederebbe se un personaggio secondario, un semplice NPC, scoprisse di poter cambiare davvero il mondo in cui vive?

Un nuovo inizio?

La protagonista è Barb, una giovane donna arrivata dal Michigan con la speranza di trovare lavoro e ricostruirsi una vita. Il problema è che San Francisco, qui, non è esattamente la città delle opportunità. È un luogo instabile, pieno di oggetti che si muovono in modo anomalo, glitch ormai trattati dagli abitanti come un fastidio quotidiano, biker poco rassicuranti e una grande minaccia urbana: la distruzione dello storico Yerba Buena Park per fare spazio a un enorme edificio aziendale. La situazione precipita quando il suo amico Russell viene rapito da Bear, il protagonista “vero” di questo mondo videoludico in stile GTA, e Barb si ritrova tra le mani una misteriosa valigetta contenente l’Oscillator.

Da lì, Yerba Buena cambia prospettiva. Barb non è l’eroina designata, non è il personaggio scritto per salvare tutti, non è nemmeno colei che avrebbe dovuto guidare la storia. È un personaggio di sfondo che, per una serie di circostanze assurde, finisce per prendersi il ruolo principale. Ed è proprio questa inversione a dare al gioco il suo fascino più forte.

Dentro a un videogioco rotto

L’ambientazione è uno degli aspetti più riusciti di Yerba Buena. La scelta di portare il giocatore nella San Francisco del 1976 serve a costruire un tono particolare, sospeso tra cinema crime, cultura urbana, paranoia tecnologica e commedia surreale. Le strade, i quartieri, le auto, i colori e l’atmosfera generale restituiscono l’idea di un mondo vivo ma disallineato, come se qualcuno avesse progettato una città ricca di personalità e poi l’avesse lasciata lì, incompleta, piena di regole che non funzionano più come dovrebbero.

Il gioco, infatti, non racconta solo la storia di Barb e dei suoi amici, ma anche quella del mondo in cui vivono: un videogioco abbandonato, pieno di diari audio e frammenti che lasciano intuire come sia stato creato, perché sia stato lasciato indietro e cosa significhi, per chi lo abita, scoprire di essere parte di qualcosa di artificiale. Yerba Buena gioca con questa consapevolezza senza appesantirla troppo. Paradossalmente riesce a lasciar passare una sensazione di malinconia, come se dietro l’umorismo, i colori e l’assurdità ci fosse sempre un piccolo vuoto.

È un equilibrio interessante, anche se non sempre perfetto. La narrazione prova a tenere insieme molte cose: la commedia, la critica urbana, il metaracconto videoludico, il salvataggio di Russell, la lotta contro una corporazione e il mistero di un mondo ormai fuori controllo. A volte questa ricchezza dà personalità al gioco, altre volte rischia di farlo sembrare più ambizioso di quanto riesca davvero a sostenere. Ma anche quando la scrittura si allarga troppo, Yerba Buena resta riconoscibile, e questo è già un grande merito.

L’Oscillator? Il vero protagonista!

Il cuore dell’esperienza è senza dubbio l’Oscillator, il dispositivo che permette a Barb di manipolare gli oggetti copiandone e incollandone movimento e proprietà fisiche. È una meccanica facile da spiegare, ma molto più interessante da usare. Si punta l’oggetto, si copia una caratteristica e la si applica a un altro elemento del mondo. Un oggetto che si muove verticalmente può trasformare un tavolo in una piattaforma rimbalzante, un edificio può essere spostato per creare un passaggio, una superficie può diventare la chiave per raggiungere un punto altrimenti impossibile.

Il paragone con Portal potrebbe non essere troppo azzardato. Yerba Buena non ha la stessa libertà sistemica del titolo Valve, né la stessa eleganza geometrica nella costruzione degli enigmi, ma lavora su una scala diversa. Dove Portal ragiona su pareti, traiettorie e portali, Yerba Buena ragiona su proprietà, movimenti e oggetti spesso enormi. Si tratta di capire cosa può essere copiato, dove può essere applicato e in quale sequenza.

Il sistema è abbastanza intuitivo, anche perché il gioco indica con chiarezza quali elementi possono essere usati come fonte e quali come bersaglio. Questo evita molta frustrazione, ma riduce anche una parte della libertà più caotica che qualcuno potrebbe aspettarsi. Non tutto può essere manipolato, non tutto può essere trasformato e non si può usare l’Oscillator per creare disordine gratuito in città. Il gioco è creativo, sì, ma dentro binari molto precisi. Questa scelta funziona perché Yerba Buena è un puzzle-platformer lineare, e non un sandbox come potrebbe sembrare a prima occhiata, con livelli colorati, sezioni di esplorazione, qualche deviazione e segreti da scoprire.

Puzzle, tentativi e qualche limite

Gli enigmi sono costruiti attorno alla sperimentazione. Yerba Buena invita a provare, sbagliare, annullare, riprovare. Il reset delle modifiche è immediato e senza penalità, e questa è una scelta fondamentale: rende il gioco meno punitivo e permette di affrontare i rompicapi con curiosità, senza il timore di “rompere” la stanza. In diversi casi, la soluzione non è unica, o almeno non sembra esserlo, e questo aiuta a far sentire il giocatore più intelligente di quanto il percorso lineare potrebbe suggerire.

La difficoltà non sta tanto nel capire come usare l’Oscillator a livello tecnico, quanto nel leggere lo spazio. Bisogna osservare l’ambiente, individuare gli oggetti utili, capire quali proprietà copiare e poi combinarle nel modo giusto. Con il progredire dell’avventura, il gioco introduce catene più complesse e sezioni platform più esigenti, chiedendo al giocatore una maggiore precisione.

È proprio qui che Yerba Buena può dividere. Quando tutto funziona, il risultato è soddisfacente: si guarda una scena apparentemente impossibile, si scompone mentalmente il problema e, alla fine, si trova un modo per piegare il mondo alle proprie necessità. Quando invece la soluzione richiede troppi passaggi o quando il platforming si fa più rigido, l’esperienza può perdere un po’ di ritmo.

In generale, Yerba Buena non è un gioco per chi vuole riflessi, combattimenti o adrenalina continua, perché qui si ragiona, ci si ferma, si guarda intorno, si prova. Non c’è una componente action tradizionale, e questo lo rende più vicino a un puzzle game narrativo che a un’avventura dinamica.

Una direzione artistica piena di personalità

Visivamente, Yerba Buena ha un’identità forte, con un mondo vibrante, surreale, pieno di colori accesi e scorci volutamente strani. C’è qualcosa di cinematografico nella composizione degli spazi, ma anche qualcosa di volutamente artificiale, come se ogni quartiere fosse stato costruito per sembrare un ricordo esagerato della San Francisco anni ’70. La cosa interessante è che questa artificialità non stona: anzi, rafforza il tema del gioco, perché tutto in Yerba Buena sembra appartenere a un mondo creato, lasciato incompleto e poi deformato dai glitch.

Anche il tono funziona bene. Il gioco non punta mai al dramma puro, preferendo una miscela di assurdo, leggerezza e inquietudine. I personaggi parlano molto, la situazione è spesso fuori scala, ma sotto la superficie resta la sensazione di un mondo fragile, in cui la comicità serve anche a nascondere la paura di non avere davvero controllo. Barb risulta quindi una protagonista azzeccata, perché non è eroica nel senso classico, e non entra in scena con l’aria di chi sa già cosa fare. È spaesata, testarda, spesso trascinata dagli eventi, ma proprio per questo funziona.

Un gioco ancora da rifinire

Purtroppo dalla versione da noi testata emergono anche alcune criticità tecniche. Parliamo di possibili crash minori, problemi visivi risolvibili riavviando il gioco e alcuni bug specifici legati a salvataggi, dialoghi, oggetti interattivi o fasi avanzate dell’avventura. È importante dirlo perché Yerba Buena è un gioco molto basato sul ritmo dell’enigma e sull’immersione nell’assurdità del suo mondo. Quando tutto gira, l’esperienza scorre bene; quando emergono problemi tecnici, anche piccoli, il rischio è di spezzare quella sospensione. Non sembra una situazione disastrosa, ma è il classico caso in cui qualche patch può fare la differenza tra un gioco semplicemente interessante e uno molto più solido.

Buono

Yerba Buena

Yerba Buena è un puzzle-platformer surreale e intelligente, costruito attorno a una meccanica ingegnosa che si bassa sull’Oscillator, un dispositivo capace di copiare e incollare proprietà fisiche degli oggetti. La San Francisco anni ’70, trasformata in un videogioco abbandonato e instabile, offre un’ambientazione simpatica e piena di fascino, mentre Barb funziona bene come protagonista proprio perché parte dal ruolo più improbabile possibile: quello di un NPC finito per caso al centro della storia. Non tutto è perfetto, perché la libertà concessa al giocatore è più controllata di quanto sembri e alcuni limiti tecnici possono spezzare il ritmo, ma l’identità del gioco resta forte (non stiamo parlando di un sandbox, quindi non è necessariamente un male, anzi). Yerba Buena è un’avventura narrativa bizzarra, che usa i puzzle per raccontare un mondo in cui anche un personaggio secondario può decidere di cambiare le regole. Il tono surreale riesce a distinguere il gioco da molti altri puzzle-platformer. Rimangono alcune incertezze tecniche da sistemare, ma per chi cerca un’esperienza creativa, strana e diversa dal solito, Yerba Buena è sicuramente un titolo da tenere d’occhio.

7.8 / 5

Pro
  • Meccanica dell’Oscillator originale e ben integrata
  • Ambientazione affascinante
  • Direzione artistica colorata, surreale e piena di personalità.
Contro
  • La libertà di manipolazione è più limitata di quanto l’idea iniziale lasci immaginare.
  • La struttura lineare può deludere chi si aspetta un mondo aperto.
  • Alcuni enigmi e sezioni platform potrebbero risultare poco fluidi
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