The Legend of Heroes: Trails from Zero & Trails to Azure, la recensione della saga di Crossbell

Ecco la nostra recensione di The Legend of Heroes: Trails From Zero & Trails To Azure, riproposizione su Switch 2 e PlayStation 5 della celebre duologia di Crossbell.

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La saga di The Legend of Heroes è ormai talmente vasta da poter scoraggiare anche gli appassionati di JRPG più navigati, da sempre abituati forgiati a giocare un quantitativo di ore esagerato, tante linee di dialogo e svariati combattimenti a turni. Tra archi narrativi collegati, personaggi che ricompaiono a distanza di anni e centinaia di ore necessarie per seguire l’intero viaggio attraverso Zemuria, trovare un punto da cui iniziare non è sempre semplice. Eppure esiste una coppia di giochi che, ancora oggi, riesce a rappresentare al meglio quello che Falcom vuole da sempre trasmettere con la sua saga principe: Trails from Zero e Trails to Azure.

Usciti originariamente su PSP nel 2010 e nel 2011, i due capitoli compongono l’arco narrativo di Crossbell e raccontano una storia strettamente legata a una singola città-stato, ma capace di assumere dimensioni sempre più grandi con il passare delle ore; sebbene il perfetto starting point resti l’originale trilogia Sky, ad oggi arrivata al secondo capitolo remake su attuale generazione, questa duologia resta comunque un interessante entry point all’enorme mondo creato da Nihom Falcom.

Le nuove versioni per PlayStation 5 e Nintendo Switch 2, disponibili dal 10 settembre 2026, non sono remake paragonabili ai recenti 1st e 2nd Chapter: si tratta di riedizioni tecnicamente aggiornate delle versioni già disponibili, che mantengono quindi intatta la struttura originale. Una distinzione importante, soprattutto per chi arriva dai capitoli più recenti della serie, ma che non impedisce a questi due JRPG di mostrare ancora oggi perché Crossbell sia diventata una delle ambientazioni più amate dell’intera saga.

From Zero…

La storia di Trails from Zero comincia con il ritorno a Crossbell di Lloyd Bannings, a seguito di tre anni trascorsi lontano dalla propria città natale. Il giovane detective decide di seguire le orme del fratello maggiore Guy, morto in servizio, ed entrare nel Crossbell Police Department, ma al suo arrivo scopre di essere stato assegnato a una nuova divisione creata per occuparsi delle richieste dei cittadini: la Special Support Section, abbreviata dal più sintetico SSS. Insieme a lui troviamo Elie MacDowell, Randy Orlando e Tio Plato, quattro personaggi molto diversi tra loro che inizialmente vengono guardati con diffidenza e un pizzico di sufficienza dal resto della polizia.

Il modo in cui Falcom costruisce la storia è strettamente legato proprio alla natura della SSS; le prime missioni consistono in richieste apparentemente poco importanti: aiutare cittadini in difficoltà, occuparsi di mostri, risolvere piccoli problemi e guadagnarsi lentamente la fiducia di una popolazione che non vede nella polizia un punto di riferimento particolarmente affidabile. È una struttura che potrebbe sembrare poco ambiziosa, ma permette al gioco di fare una cosa che alla serie riesce particolarmente bene: farci conoscere Crossbell prima ancora di raccontarci il suo conflitto. È infatti il world building una delle caratteristiche principali di questa pluriennale saga e questo capitolo non fa differenza dal modus operandi di Falcom: è infatti una eccezionale introduzione a Crossbell, i suoi personaggi e le sue dinamiche, in una trama che in questo primo capitolo parte lenta per poi esplodere nella parte finale e, di conseguenza, nel suo seguito diretto Azure.

La città-stato si trova infatti in una posizione estremamente delicata, schiacciata tra l’Impero Ereboniano e la Repubblica di Calvard, due potenze che esercitano una pressione costante sul suo territorio e sulla sua politica. Criminalità organizzata, interessi economici e tensioni istituzionali finiscono così per intrecciarsi alle indagini della SSS, trasformando gradualmente quelle che sembravano semplici richieste di servizio in qualcosa di molto più grande.

Il ritmo è, come precedentemente fatto intendere, uno degli aspetti più controversi di The Legend of Heroes: Trails From Zero. Falcom dedica moltissimo tempo alla quotidianità dei protagonisti e alla costruzione del contesto, con una quantità di dialoghi e missioni secondarie che può rallentare parecchio l’avventura. È un investimento che paga soprattutto nella seconda metà, quando gli elementi disseminati nelle prime ore iniziano a convergere e la storia acquista una dimensione decisamente più drammatica.

Non è quindi il tipo di JRPG che cerca di conquistare il giocatore con una successione forsennata continua di colpi di scena. From Zero preferisce accompagnarlo lentamente dentro la vita a Crossbell, facendogli conoscere i suoi quartieri, i suoi abitanti e soprattutto la SSS. Quando arriva il momento di alzare la posta, il coinvolgimento funziona proprio perché abbiamo trascorso così tanto tempo con queste persone.

…To Azure

Se From Zero è il capitolo dedicato alla costruzione, Trails to Azure è quello che raccoglie quanto seminato. La storia riparte pochi mesi dopo gli eventi del primo gioco e ritrova Lloyd e la SSS in una posizione molto diversa rispetto all’inizio della loro avventura: Crossbell è diventata ancora più importante sullo scacchiere politico e la pressione esercitata da Erebonia e Calvard contribuisce a rendere sempre più fragile l’equilibrio della città-stato.

Senza entrare nei dettagli della trama, è proprio questo cambio di prospettiva a distinguere Azure dal predecessore; la vicenda non riguarda più infatti soltanto le indagini della SSS o i problemi interni di Crossbell: la città diventa il centro di tensioni politiche molto più ampie, e le conseguenze delle decisioni prese dai suoi abitanti iniziano a interessare l’intero continente.

 

Il vantaggio più evidente di Azure è che Falcom può finalmente sfruttare tutto il lavoro fatto nel capitolo precedente. I personaggi non hanno più bisogno di essere presentati, i rapporti tra i membri della SSS sono già consolidati e molti degli elementi introdotti in Zero possono essere sviluppati con maggiore libertà; è soprattutto per questo che Azure dà spesso la sensazione di avere un passo più deciso, soprattutto nel ritmo e, anche qui, nella seconda parte.

La sceneggiatura è probabilmente il punto in cui il secondo capitolo raggiunge i suoi risultati migliori, anche se non esente da qualche problemuccio. La quantità di informazioni aumenta considerevolmente e Falcom non ha sempre il dono della sintesi: alcune sequenze si dilungano in spiegazioni, discussioni politiche e dialoghi molto estesi. È un tratto caratteristico della serie e chi ama la sua costruzione narrativa troverà parecchio materiale da apprezzare, mentre chi preferisce una narrazione più asciutta potrebbe percepire qualche momento di stanchezza.

Rimane difficile, come tra l’altro questa recensione dimostra bene, separare Azure da Zero, specialmente se acquistabili come oggi è possibile in un unico pacchetto. Il secondo capitolo funziona così bene proprio perché il primo gli ha dato una base solidissima su cui costruire. Presi insieme, i due giochi raccontano un arco completo e molto più coerente di quanto possa suggerire la loro struttura episodica; ma soprattutto dimostrano quanto la città di Crossbell sia importante, caratterizzata e cruciale nelle dinamiche della saga, come vero e proprio personaggio della storia.

Ludicamente parlando…

Sul fronte del gameplay, The Legend of Heroes: Trails from Zero e Trails to Azure condividono la stessa base, ma il secondo capitolo amplia sensibilmente le possibilità offerte al giocatore. Il sistema di combattimento è quello classico della serie, con scontri a turni ambientati e un’importanza tutt’altro che secondaria attribuita al posizionamento; muovere correttamente i membri della squadra permette di sfruttare meglio le abilità ad area, evitare gli attacchi avversari e preparare le condizioni ideali per le proprie offensive. Arts e Crafts svolgono funzioni differenti e la gestione dell’ordine dei turni aggiunge un ulteriore livello strategico a battaglie che, almeno in apparenza, potrebbero sembrare molto più semplici di quanto siano realmente.

Gran parte della personalizzazione passa attraverso il sistema dei Quartz, che permette di modificare le statistiche dei personaggi e soprattutto di determinare quali Arts possono utilizzare. La combinazione dei diversi Quartz consente di costruire personaggi specializzati, puntando sul danno fisico, sulle magie, sul supporto (cruciale, specialmente a difficoltà più alte) o su un classico ibrido. Non è un sistema che pretende di spiegarsi tutto da solo: la sperimentazione è parte stessa del divertimento e diventa particolarmente importante quando gli avversari iniziano a richiedere una preparazione più attenta.

Trails to Azure prende questa struttura e la amplia con una serie di aggiunte che ne aumentano la profondità. I Master Quartz introducono un ulteriore livello di personalizzazione, mentre il Burst permette alla squadra di ottenere un importante vantaggio temporaneo sul campo di battaglia; si aggiungono poi i Back Attack e altre possibilità che rendono il sistema più ricco senza modificarne la filosofia di base.

Il risultato è un sistema che riesce ancora oggi a essere sorprendentemente piacevole. Falcom, sempre attenta ai vari Quality of life in queste riedizioni, evita di trasformare il gioco in una continua lotta contro nemici comuni: una volta costruita una squadra efficace, gli scontri minori possono essere risolti rapidamente, mentre i boss richiedono una maggiore attenzione alla composizione del party, alle resistenze e alla gestione delle risorse.

Dove invece si sente maggiormente il peso degli anni è nell’esplorazione. Crossbell e le aree circostanti non sono particolarmente vaste e il backtracking è una presenza costante; tornare in luoghi già visitati è anche funzionale alla struttura narrativa, visto che gli NPC cambiano dialoghi e situazioni in base agli eventi della storia, nonchè parte integrante del modus operandi della saga, ma dal punto di vista strettamente ludico può diventare ripetitivo. Lo stesso discorso vale per alcune missioni secondarie, che richiedono spesso di percorrere nuovamente strade già affrontate.

Tornando ai QoL, la High-Speed Mode è quindi molto utile in queste fasi, permettendo di accelerare gli spostamenti e soprattutto di ridurre sensibilmente i tempi morti, rendendo più digeribili le sezioni nelle quali il gioco tende a rallentare. È una delle aggiunte che meglio si adattano alla struttura originale senza alterarla.

Concludendo, il gameplay di questi due Trails non colpisce tanto per l’innovazione, ma per l’ottimo equiblirio che la duologia e non solo conserva tutt’oggi. La struttura è figlia della propria epoca e alcune soluzioni oggi possono sembrare antiquate, ma il sistema di combattimento, la personalizzazione attraverso i Quartz e la progressione della squadra continuano a funzionare e, a dirla tutta, a risultare estremamente stimolanti.

Crossbell in alta definizione

È proprio sul comparto tecnico che bisogna fare la distinzione più importante: queste nuove versioni (noi abbiamo giocato per Switch2, ma quella Playstation 5 non fa eccezione) non hanno ne lo scopo ne tantomeno la pretesa di trasformare i due titoli in produzioni moderne; come già detto è un lavoro completamente differente dai recenti remake della trilogia originale: l’impronta rimane evidente nei modelli dei personaggi, nelle ambientazioni e in una direzione artistica fortemente legata alla generazione alla quale appartengono.

Questo non significa però che il lavoro di aggiornamento sia trascurabile. Le nuove versioni vengono renderizzate a 4k e raggiungono fino a 120 FPS, con texture aggiornate e upscalate, oltre che una resa generale molto più pulita sui display moderni; i caricamenti sono inoltre estremamente rapidi e la High-Speed Mode contribuisce a rendere l’intera esperienza decisamente più scorrevole.

Ma, a distanza di tutti questi anni, è soprattutto la direzione artistica a dimostrare quanto bene abbia retto il passare del tempo. I modelli possono apparire semplicistici e alcune ambientazioni portano inevitabilmente i segni della loro origine su PSP, ma Crossbell possiede ancora una personalità visiva riconoscibile. Lo stesso vale per la colonna sonora, da sempre marchio di fabbrica della serie, che continua a essere uno degli elementi più convincenti dell’esperienza e accompagna con la stessa efficacia tanto le lunghe sequenze narrative quanto gli scontri più importanti.

The Legend of Heroes: Trails from Zero & Trails to Azure

The Legend of Heroes: Trails from Zero e Trails to Azure sono due giochi che hanno senso soprattutto se considerati insieme. Il primo prende il tempo necessario per costruire Crossbell e farci entrare nei suoi ritmi; il secondo sfrutta quella base per allargare progressivamente la prospettiva, trasformando la storia della SSS in una vicenda di portata molto più ampia. Qualche limite resta, come il ritmo iniziale di Zero o l’eccessiva verbosità di Azure, ma sono difetti che diventano secondari quando si considera ciò che la duologia riesce ancora a fare bene.: il sistema di combattimento è profondo e stratificato, cosi come la personalizzazione e la caratterizzazione dei personaggi, mentre il world building resta uno dei più affascinanti nei Jrpg in generale. Queste riedizioni non hanno dunque bisogno di  reinventare Trails from Zero e Trails to Azure, ma solo di renderla più comoda da giocare oggi, con una resa più pulita, maggiore fluidità e tempi di caricamento ridotti al minimo: compito portato a casa alla grandissima.

9 / 5

Pro
  • World building eccezionale, coeso e profondo
  • Combat system divertente, stratificato e altamente personalizzabile
  • Ottimo lavoro di modernizzazione e di quality of life
Contro
  • Eccessiva verbosità in alcuni frangenti
  • Ritmo a volta compassato, specie in Trails From Zero
  • A quando un remake grafico completo?
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